Lasagne con i funghi dall’ accento giusto.

FullSizeRender (1)Non amo molto gli champignon, un po’ perché da piccolo credevo che, così bianchi e sciapi, fossero i fantasmi dei funghi porcini di piccola taglia che la nonna faceva friggere con sommo gusto di tutti noi. E un po’ perché nelle pizzerie vengono sempre chiamati con l’accento sbagliato: chàmpignon, sorte che condividono con gli altrettanto maltrattati profìterol, ma che nemmeno lontanamente raggiungono il livello di  obbrobrio sintattico che tocca in sorte ai wurstel (un giorno mi riprometto di raccogliere i mille modi in cui viene storpiata la grafia di questi cosi che non ho ancora deciso se chiamare insaccati). Però…

Però una domenica mezzogiorno, con poco in dispensa e ancor meno voglia di uscire per andare in uno dei supermercati che ormai sono aperti non solo nelle settimane dell’ avvento (roba che da piccolo invece era quasi una festa: andare a far la spesa di domenica voleva dire che stava arrivando Natale, ora invece sono aperti sempre anche se è costantemente quaresima), ritrovanomi con un pacco di questi funghi albini nel frigo e allora via.

Aglio, olio (ne era rimasto ancora dall’evento #dedicatoame dei F.lli Carli) champignon tagliati a lamelle fungiformi e… l’accento deciso, proprio sulla o finale, glie l’ho dato grattugiando su questa preparazione un dado Star ai porcini, e il profumo si sentiva già in cottura.

Intanto sul pentolino si scioglieva il burro, amalgamandosi poi con la farina che anelava a farsi sciogliere nel latte per formare una besciamella che, su suggerimento di mia figlia, ho aromatizzato con un trito di rosmarino.

La giovane sperimentatrice aveva ragione: una volta mescolata agli champignon sugli strati di lasagne, questa besciamella al rosmarino aveva proprio il suo perché.

Lo abbiamo scoperto tutti con piacere dopo venti minuti circa di forno, quando il parmigiano che aveva abbondantemente velato l’ultimo strato di lasagne si era fatto dorato e croccante.

Golosaria 2014: un diluvio di sapori.

Screenshot 2014-11-17 18.52.40

A Golosaria avrei dovuto andarci sabato 15, ma come avrete potuto vedere dai giornali il meteo non mi è stato favorevole: non che in tv abbiano mostrato lo scoppio del tombino sotto casa mia, ma lo stato della stazione Porta Garibaldi non era poi così lontano…

Domenica, quindi, dedicata a riparare i danni del maltempo e a prevenirne di nuovi sgorgando tombini come se non ci fosse un domani e finalmente oggi son riuscito a regalarmi un viaggio fra i sapori d’Italia nei padiglioni del Superstudio di Via Tortona.

Certo, non c’era il sole che mi aveva accompagnato alla presentazione di Natural Recall  lo scorso maggio proprio lì sopra, al Superorto più (A proposito, sabato 22 inaugura la prima mostra del progetto, alla serra dei giardini di Venezia: in cartellone fino al 28 dicembre, regalatevi un viaggio che ne vale la pena) ma ho fatto alcune scoperte davvero interessanti.

La prima ha il fresco profumo di essenzialMenta di Pancalieri, che ci ha accorto regalandoci bustine di zucchero alla menta e una notizia altrettanto fresca: febbraio sarà per loro il mese dei foodblogger, in cui selezioneranno una quindicina di blog per ospitarli nella loro azienda agricola e inviare loro i prodotti a base di quella che viene definita “la menta più buona del mondo” e che fa parte del paniere dei prodotti tipici della provincia di Torino, in attesa di ottenere il marchio europeo di denominazione di origine protetta.

Dal profumo della menta a quello del basilico: immersa fra i profumi del Pesto Rossi (bellissima la loro iniziativa benefica di vendere online la maglietta “non c’è fango che tenga”) abbiamo trovato una vecchia conoscenza, Doriana de LA SIGNORA DEI FORNELLI, un blog che seguivo già da un po’ e chi mi ha fatto piacere riscoprire, come piacevole è sempre l’aroma di un pesto fatto come basilico comanda.

Più che una scoperta, invee, è stata una rivelazione l’assaggio del caviale prodotto dall’ azienda agricola Pisani Dossi, un delicato e aromatico Osetra e un vigoroso Siberiano prodotti senza conservanti, quello che gli intenditori definiscono “malossol”, ma con una grandissima attenzione alla scelta delle uova e alla loro preparazione prima della salagione.

Dal nobile storione alla più popolare ma non per questo meno gustosa acciuga, che si trasforma in forte e decisa poesia nei vasetti della Confraternita degli Acciugai di valle Maira, il cui simpaticissimo presidente Riccardo Abello ci ha suggerito una ricetta rapidissima da copiare senza dubbio: le caramelle di acciuga. Lui a dire il vero l’ha definita anche una “bagna caoda da passeggio”, e per prepararla basta mettere un’ acciuga su un rettangolino di pasta sfoglia, adagiarci sopra aglio radicchio o un’ altra verdura a piacere, chiudere arrotolano i bordi come a confezionare una vera propria caramella e infornare a 200° per una diecina di minuti.

Di sfizio in sfizio, io e le mie due accompagnatrici (perché andare in fiera da solo se puoi andarci in compagnia di due signore belle e intelligenti? grazie Giulia e Laura) ci siamo goduti i taralli di AGRICOLA DEL SOLE e gli straordinari snack prodotti con le farine del grano dei loro campi. Vi garantisco, una vera delizia.

Dalle mie parti però  si dice che “la buca l’è mai straca se non la sent de vaca” (la bocca non è stanca se non ha il sapore della mucca, versione ruspante del francese “il n’y a pas de repas sans fromage”) e così ho scoperto i formaggi del Caseificio Carioni, attirato dalla nuova linea senza lattosio che comprende tutti i prodotti di “mamma mucca” come li chiamano loro: non ho provato il bacio, ma la crescenza era davvero squisita.

La bocca però non era ancora stanca, così mentre nello spazio dibattiti si presentava il padiglione zero dell’ Expo2015 e il piatto preparato per la manifestazione dell’anno con le eccellenza del territorio lombardo dalla scuola di Cucina IFSE, dopo gli assaggi è arrivato il momento di mangiare nello spazio dedicato allo street food.

Così nella mia piccola spedizione c’è chi ha optato per un kebab d’autore con tanto di Castelmagno, chi ha preferito la focaccia di Recco di Manuelina (che pare stia arrivando finalmente a Milano) e chi ha provato una cosa davvero divertente: gli Sciatt à  porter.
Per chi non li conoscesse, gli Sciatt (cioè i rospi, perché nella forma ricordano gli anfibi che troppe aspiranti principesse hanno inutilmente baciato ) sono un piatto tipico valtellinese costituito da quadratini di formaggio casera immersi in una pastella di grano saraceno e fritti, serviti in questa versione street food in un cono di carta da fritti.

Lì vicino, i risotti di un’azienda che mi ha molto interessato fin dal nome SORRISO IN CUCINA: un sito, una pagina facebook e una famiglia che utilizza una grande varietà di risotti, zuppe, farine per polenta e pureè con ingredienti già dosati e che possono essere serviti così o, come è successo a Golosaria, servire da base per personalizzazioni con altri prodotti.

Il mio lato brianzolo è poi stato incuriosito dal furgoncino Street food di Primo Sapore, che porta in giro i prodotti della tradizione brianzola, dalla mortadella di fegato al cotechino “vaniglia” e che qui presentava anche i prodotti del prosciuttificio Marco d’Oggiono.

Ancora Brianza, ma monzese, allo stand della patata bianca di Oreno, famosa nel territorio per la sagra biennale sempre frequentatissimo.

Per il dessert ci siamo rivolti a I DOLCI NAMURA, di via castelvetro a Milano premiato dal Golosario2014. E l’assaggio del suo panettone vegano, oltre a farmi venire in mente ovviamente la nostra Marzia di LA TAVERNA DEGLI ARNA, mi ha trovato d’accordo con questa scelta.

All’ uscita, per veniore ioncontro alle esigenze regalistiche di un’ amica, ho fatto un’ ultima, interessantissima scoperta: le deliziose mostarde di Fredo, una giovane azienda nata in Svizzera e che con una scelta in totale controtendenza (come tutte le scelte che personalmente mi piacciono di più) dal prossimo gennaio sarà a tutti gli efetti italiana.

Classica, piccante, esotica, di cedro, di albicocche, di ananas e papaya, di ciliegie di fichi … una miriade di colori e di translucenze da salivazione immediata, anche per merito della preparazione ottenuta esclusivamente da frutta fresca, non precedentemente messa in salamoia come accade invece per la produziopne industriale.

Insomma, nonostante l’acqua un’ esperienza sicuramente da ripetere questa Golosaria , e che lascia preludere a un Expo2015 in cui gli assaggi sicuramente si moltiplicheranno. Sperando ovviamente che il tempo sia migliore… Anche per consentire che i lavori finiscano per tempo, cosa che personalmente mi preoccupa non poco.

Arrosto di scamone in salsa di noci e fisarmonica.

Screenshot 2014-11-03 10.28.07

Come sapete cerco quando posso  di raccontare, più che le ricette, le storie che stanno dietro i piatti che preparo per gli amici. E dietro questo arrosto di storie ce ne sono almeno un paio, ed entrambe più o meno nella stessa location.

La prima ve l’avevo già in parte raccontata, ed è l’esperienza vissuta durante l’evento #dedicatome dei F.lli Carli : dai loro regali ho  preso tutti gli ingredienti, a parte lo scamone ovviamente, della ricetta che ho cucinato per degli amici davvero speciali, che quest’estate ci hanno messo a disposizione la loro casa di Capo Berta, a cinque minuti  dal museo dell’olio.

Una casa che sapeva di Liguria, ma anche di Istria e di Sudafrica: ne hanno fatta di strada i genitori di Marina, e in tutti questi giri per il mondo suo padre Nino ha sempre portato con sì la sua fisarmonica che suona sempre quando si trova in compagnia.

E’ una fisarmonica che apparteneva a suo padre, e che quindi ha più di cent’anni: mi piace pensare che abbia più o meno la stessa età dell’azienda di Imperia che ci ha ospitati a Settembre, e che i loro destini dopo essersi sfiorati sulla riviera di ponente si siano alla fine incrociati su questo post.

Così quando lo ho  invitato a casa nostra per il compleanno di Riccardo,ho massaggiato un bel pezzo di scamone, circa un chilo, con la profumatissima salsa di noci dei F.lli Carli, quella con cui di solito si condiscono i pansotti. Ho lasciato al carne a riposare per un paio d’ore, giusto il tempo di preparare il resto, poi l’ho fatta rosolare ben bene in un fondo di olio e burro, sfumando con il Marsala Carli, che presto sarà oggetto di un’altro racconto.

Dopo questo trattamento iniziale, la mia fida pentola di ghisa è finita in forno per un’oretta abbondante, e al momento di servire ho affettato la carne e ho fatto ridurre il fondo per irrorare ogni singola fetta del sapore delle noci, dell’olio, del marsala  e della nostalgia che da sempre le note della fisarmonica si portano dietro. Ma anche la nostalgia può avere un ottimo sapore.

Screenshot 2014-11-03 11.48.57 Screenshot 2014-11-03 11.50.12

 

 

 

 

 

 

Un risotto con i funghi da Star

Screenshot 2014-10-27 09.50.52

Passato Halloween, ogni food blogger che si rispetti inizia  pensare al Natale.

Noi non sappiamo se siamo rispettabili o meno, propendiamo per il meno, ma abbiamo preso spunto dall’ iniziativa #ricettedastar su Instagram per proporre su MeglioStar una nostra prima proposta per le festività in arrivo (lo so, ho già visto i centri commerciali iniziare a mettere le lucine dappertutto… non resterà che accenderle, ma succederà presto me lo sento).

L’idea è semplicissima, ma l’arrivo in tavola vi garantisco che fa il suo bell’effetto.

Preparate un brodo col dado vegetale Star, o con quello ai porcini, e utilizzatelo per preparare un risotto allo zafferano secondo la ricetta tradizionale. non siate parchi con lo zafferano: è caro, lo sappiamo, ma per colorarlo bene a volte ci vogliono due bustine, e non è che mangiate due bustine di zafferano tutti i giorni…

Mentre il risotto cuoce preparate i funghi trifolati (oppure trafelati, se siete di fretta, come diceva l’immortale Marcello Marchesi), insaporendoli con il fondente Star aglio.

Mantecate il risotto con il burro e una bella dadolata di formaggio Branzi, poi mettetelo nella forma a stella e ricopritelo con i funghi.

E state tranquilli che anche questo Natale passerà: mancano meno di due mesi, in fondo….  😉

Screenshot 2014-10-27 10.08.26Screenshot 2014-10-27 10.09.45

 

 

 

Arriva Halloween: mettetevelo nella zuppa… zucca, volevo dire.

Screenshot 2014-10-27 09.37.55
Ed eccoci arrivati a parlare di mostri, scheletri, zombie, streghe… No, tranquilli, non abbiamo acceso il telegiornale: stiamo solo occupandoci di Halloween, la festa che ogni anno scatena polemiche inutili sulla paternità nostrana o meno di questa festa, sulla sua presunta demoniacità, sul gusto perverso per il macabro che porterebbe…

Per noi di odio il brodo Halloween è solo un’ occasione in più per divertirsi, riscoprendo antiche tradizioni contadine (perché anche noi europei festeggiavamo Halloween quando ancora era Ognissanti, e pure prima… Valpurga e altre tradizioni precristiane lo dimostrano ampiamente ) e per cucinare una delle nostre ricette preferite, la zuppa di zucca. Che quest’ anno ha trovato un sapore nuovo grazie all’ uso di un ingrediente insolito per noi.

Ma veniamo alla ricetta: prendete una bella zucca grossa, spaccatela in quattro con l’accetta (magari ascoltando gli Smashing Pumpkins, per stare in tema), meglio se lo fate pensando a qualcuno che vi sta particolarmente antipatico: questo accorgimento non dà forse più sapore al piatto, ma sicuramente ci guadagnerà il gusto di tutta l’operazione.

Mentre i pezzi di zucca, accuratamente ripuliti da semi e filamenti grazie a un cucchiaio, si ammorbidiranno nel forno il tempo necessario, preparate il tocco segreto.

Prendete un dado Star vegetale e sbriciolatelo in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva (potrei dire Fratelli Carli visto che siamo in fase promopubblicitaria…) all’interno di un mortaio in marmo, Nello stesso mortaio spezzettate le foglie di due rametti di rosmarino, uno spicchio di aglio se siete temerari o avete paura dei vampiri e un’ abbondante nevicata di parmigiano reggiano.

Iniziate poi a trattare il composto dandoci dentro di pestello, sempre pensando a qualcuno che non vi sta esattamente a genio, fino a quando sarà ridotto in poltiglia. Il composto intendo.

Quando la zucca si sarà ammorbidita, ancora col fido cucchiaio di prima togliete tutta la polpa, mettetel in una ciotola capiente e con un frullatore a immersione riducete in pappa pure lei.

Rendetela morbida al punto desiderato aggiungendovi il latte, a me ne son bastati 250 cl, ma regolatevi voi, e per finire conditela con il pesto “da Star” al rosmarino che avete preparato prima.

Screenshot 2014-10-27 09.27.19 Screenshot 2014-10-27 09.31.05 Screenshot 2014-10-27 09.34.22

Buon appetito. Io vado a godermi in streaming una nuova puntata di American Horror Story – Freak Show: la terza e la quarta sono dedicate a Halloween, tanto per restare in tema.

 

La schiscetta coi curnitt: lunch box e fagiolini

Screenshot 2014-09-30 14.24.14

Forse ormai lo sa anche chi non è milanese, ma la schiscetta è il contenitore con cui si porta al lavoro il cibo da consumare in pausa pranzo. In questa ci sono (oltre al dado vegetale Star col 30% di sale in meno e al fondente in padella Star al prezzemolo e aglio) riso integrale, pomodori e, ovviamente, i fagiolini.

Che poi in milanese sarebbero i “curnitt”, cornetti. cosa che ai romani provoca un po’ di confusione, dal momento che per loro i cornetti sono le nostre brioche.
Nella mia schiscetta oggi i cornetti ci sono davvero, anche nella presentazione che un pochino anticipa Halloween.

Passiamo subito alla ricetta, che è così semplice che potete farla, per esempio, dopo essere tornati a casa alle nove e trenta di sera su esplicita richiesta di vostra figlia che non sa che cosa portare a scuola visto che si ferma anche nel pomeriggio. ogni rifierimento a fatti e persone è puramente casuale….

Prendete 250 grammi di riso integrale (così ne avete per un bel po’ e potete sempre incrementare la schiscetta con altri ingredienti nei giorni successivi) e mettetelo a bollire , invece che nella normale acqua salata, nell’acqua in cui avrete sciolto mezzo dado vegetale Star , quello col 30% di sale in meno.

A metà cottura, che per il riso integrale normalmente dura 50 minuti, aggiungete 250 grammi di cornetti ( o fagiolini, dipende da dove abitate) tagliati a pezzettini, che così bolliranno per una ventina di minuti restando ancora un pochino croccanti.

Intanto in una padella fate saltare una decina di pomodori datterini pelati piuttosto grandi (sbollentati per un paio di minuti immergendoli con un colino nell’acqua di cottura del riso: si risparmia del tempo anche così),tagliati a dadini e insaporiti con il fondente Star prezzemolo e aglio.

Quando il riso e i cornetti -fgiolini sono cotti , metteteli nel già citato colino e sciacquate tutto bene sotto l’acqua fredda, per eliminare l’amido e non aspettare che il riso si raffreddi scuocendo.

In una ciotola, o nella stessa pentola usata per il riso se non volete sporcare, mescolate riso, cornetti-fagiolini e pomodori poi metteteli nella schiscetta che preferite, chiudetela (bene, mi raccomando… troppe volte ho avuto la borsa piena di riso) e preparatevi al pranzo in ufficio,

Se poi volete fare un giro nel magico mondo della schiscetta, sappiate che esiste addirittura un social network dedicato: CHECHISCIA – L’arte della Schiscetta d’Oggi.

Screenshot 2014-09-30 13.40.58

Impara l’arte… di assaggiare. Lezioni d Olio.

2014-09-26 11.21.51
Una metà di Odio il brodo, quella più calva per essere precisi, ha passato due interessantissimi giorni alla scoperta dei segreti di una delle aziende italiane più famose: era l’evento #dedicatoame, organizzato per un gruppo selezionato di blogger da Fratelli Carli.

Fra visite agli stabilimenti e all’ uliveto, momenti di convivialità dove spiccava un picnic fra gli ulivi, visite all’emporio e quiz finale (che Odio il Brodo ha orgogliosamente vinto) la parte che più affascinante è stata la lezione privata di assaggio di Olio, insegnata in una interessantissima lezione privata di Gino de Andreis, responsabile qualità di Fratelli Carli.

Nell’ emporio di Imperia, divertente gioco di parole che non possiamo non apprezzare, dopo un excursus storico sulla produzione dell’ olio ci ha iniziato all’ arte di distinguere l’ olio di oliva nelle sue qualità intendendo con questo termine non il valore , ma la tipologia del gusto.
Fra i fattori che influenzano la qualità dell’ olio ci sono il clima, il terreno, il cultivar della pianta, l’agrotecnica, una buona gestione dell’ oliveto, la tipologia di conservazione e stoccaggio delle olive, la lavorazione in frantoio… Da qui nasce un interessante paradosso: in annate di grande quantità si trova  anche un’elevata qualità, perché il costo della lavorazione in oliveto resta pressoché simile sia per poche, sia per molte olive e quindi l’agricoltore, in brutte annate di scarsa produzione, preferisce dedicare le sue attenzioni ad altre tipologie di coltivazioni.
Iniziamo con una premessa fondamentale (ogni tanto un “back to basic” ci vuole):                           per legge “ Olio extra vergine di oliva” può essere definito solo quello ottenuto esclusivamente dalla spremitura del frutto col solo utilizzo di mezzi meccanici.

Per distinguere le qualità di un olio si effettuano analisi di tipo chimico (acidità, perossidi, indici spettrofotometrici, fitofarmaci…) e quella che ci interessa di più, l’analisi organolettica.
L’olio è il solo alimento sottoposto per legge prima della commercializzazione a un protocollo definito PANEL TEST, in cui persone adeguatamente selezionate per assaggiare in modo oggettivo le qualità organolettiche del prodotto.
Ci sono dagli 8 ai 12 assaggiatori non professionisti, ma formati per poter dare giudizi che, riportati su una scheda, daranno la valutazione finale dell’ olio che per essere commercializzato deve essere prima di tutto “senza difetti”.

La definizione standard di qualità utilizzata da Fratelli Carli è questa: “Un olio armonico di gusto e di profumo, dove non prevale né il piccante né l’amaro, che si distingue per la sua amabilità senza essere tuttavia mai privo di carattere.”

Caratteristiche che vengono dalla giusta quantità di pioggia nel momento della fioritura e dell’ impollinazione, della giusta quantità di acqua nel periodo della crescita, del clima caldo e secco che uccide i parassiti durante la maturazione, del fresco durante la raccolta per evitare fermentazione delle olive sul terreno.

L’assaggio si fa in bicchierini blu, perché il colore non è un parametro di qualità, e con molta calma, utilizzando  un tappo riscaldatore che mantiene la temperatura a 35°  in modo che al momento dell’apertura si inizi a sentire il profumo.
Più intensa è la sensazione vegetale, il “fruttato”, percettibile all’olfatto più alta è la qualità dell’olio: se l’odore è sgradevole, l’assaggio si ferma.
Il secondo step è prendere in bocca una quantità di olio pari a un cucchiaio e analizzarlo sulla lingua per sentire i gusti fondamentali: dolce, salato, acido, amaro, piccante.
Qui inizia la vera fase vera e propria dell’assaggio, ispirando aria dalla bocca per vaporizzare l’olio nel cavo orale e portare gli aromi nell’ organo vomero-nasale. E’ lì che sentiamo i sapori, e per questo quando siamo raffreddati non li sentiamo.
Poi si espelle l’olio (ci sono sotto il tavolone delle bacinelle high tech con tanto di bottone in cui sputare l’olio appena assaggiato: fate conto che in ogni cucchiaio di olio ci sono 90 calorie, e che quindi assaggiandone sei ne avremmo ingurgitate 540… con tutto quello che ci aspettava dopo per il picnic sarebbe stato davvero eccessivo…) e si rimane concentrati fino a quando l’olio arriva in gola per consentire la valutazione retro olfattiva.
Fruttato, amaro e piccante sono attributi positivi per l’olio, perché indicano la corretta presenza di polifenoli che hanno la capacità di preservare le cellule, anche quelle del nostro corpo.
Fra gli atributi negativi ci sono il riscaldo che deriva dalle olive ammassate in fermentazione anaerobica, la muffa, la morchia dervita dal contatto con fanghi di decantazione, l’avvinato che deriva dalla formazione di acido acetico, il metallico che deriva da utensili non in acciaio inossidabile e il rancido di un prodotto grasso ossidato.
Quest’ultimo lo abbiamo sentito marcato nel bicchierino marrone che confessiamo di aver solo annusato…

ED ECCO I BICCHIERINI MISTERIOSI:
A – olio taggiasco DOP della riviera ligure.
Fruttatio verde medio, amaro leggero, piccante leggero, dolce medio con leggere note di mandorla e carciofo.
B – Olio spagnolo di oliva arbequina
Fruttato maturo medio, amaro leggero, piccante leggero, dolce medio e leggere note di erba, pinolo e carciofo.
C – Olio greco di olive Athnolia
Fruttato verde medio, amaro leggero, dolce medio, con note di erba, pomodoro e carciofo.
D -Olio siciliano di oliva biancolilla
Fruttato verde medio, amaro leggero, piccante leggero, dolce medio con leggere note di pomodor, erba e carciofo
E – Olio pugliese di oliva coratina
Fruttato verde medio, amaro medio, piccante medio e note marcate di carciofo e di erba.

Il mio preferito è stato il D, e l’esperto di Fratelli Carli mi ha detto che era addirittura un olio di due anni: complimenti al “vecchietto”, che ha saputo conservare così bene il suo carattere.

Una dote che qui nell’ azienda Fratelli Carli è piuttosto diffusa: è bastato sentire in un documentario la voce del nonno Carlo, novantaseienne patron dell’ azienda, e vedere una sua foto per capire com’è che “l’ulivo continua a dare frutti per sempre” dopo i primi dieci/quindici anni , anche dopo gelate violente e forti difficoltà.

Un altro esempio di come l’ulivo sia una perfetta metafora dell’ uomo: e questo è un altro insegnamento che abbiamo ricevuto da questa esperienza, guardando  nello stesso pomeriggio, le foto di questa azienda distrutta dalle bombe nella seconda guerra mondiale e la ricrescita di un ulivo da una radice rinata dopo una potente gelata inattesa.

Forse è proprio con questa pianta che , personalmente, sento un affinità elettiva, per dirla con gli amici di Natural Recall: dà il mio meglio spremuto a dovere, sono piuttosto resistente e cerco sempre di rinascere. Anche se dubito che nessuna colomba mi porterebbe mai nel becco come simbolo di pace… Soprattutto dopo aver approfittato del ricchissimo cestino #dedicatoame del magico Enrico Calvi del ristorante Salvo I Cacciatori.

Screenshot 2014-09-27 09.42.52 Screenshot 2014-09-27 09.44.22 Screenshot 2014-09-27 09.40.06

Zucchine, pomodori, carote… sformato sarà lei!

Schermata 2014-09-15 alle 12.02.07
Sempre, sempre sia lodato l’inventor dello sformato.

Mi spiego. Finalmente dopo troppo tempo mi sono deciso a venire a patto con le  mie paure e a mettermi fra le mani di un dentista che, mentre ancora mi stava guardando in bocca, ha chiamato il suo agente di viaggi per confermargli l’estensione di quindici giorni a Dubai in coda al suo viaggio in Egitto. E questo già avrebbe dovuto farmi sospettare qualcosa,,,

Comunque, fra  estrazioni di radici che nemmeno alla facoltà di matematica e impianti in fase di costruzione diciamo che non è esattamente un periodo da torroni. Così sto facendone una pelle di  hummus, di mousse e mi sono organizzato perfino questo sformato di verdure.

la tecnica base è la stessa: un barattolo di ricotta, un paio di uova, un po’ di pangrattato se il composto risulta troppo morbido e poi si mescola con le verdure.

Per le zucchine, le ho  affettate sottili e le ho fatte saltare con uno spicchio di aglio e un trito di maggiorana.  Le carote sono state fatte bollire e poi saltate con un tocco di zenzero e di curry. I pomodori sono stati appena scottati,  poi insaporiti con il basilico.

Ognuna delle verdure è stata poi frullata, mischiata alla ricotta, alle uova e al pangrattato. I tre strati di colori differenti sono stati messi in uno stampo da plumcake,  debitamente oliato e cosparso di pangrattato, prima di finire in forno per una ventina di minuti.

L’ipersensibilità gengivale ha consigliato di far intiepidire il tutto prima di mangiarlo, ma devo dire che il gusto mi ha strappato un sorriso.  Non tanto ampio che se  no si vedeva il buco 😉

Vi saluto con una canzone a tema.


Schermata 2014-09-15 alle 11.59.03

 

 

 

 

La cotoletta, con la e molto aperta, del milanese imbruttito.

Uhe10615388_10202690123073820_4331416652407671177_ni, nini, e te quella roba lì la chiami cotoletta?

Sicuramente  un gourmet “milanese imbruttito” (lo conoscete, vero, questo blog che sta divertendo tutta Milano e non solo?) avrebbe da ridire sul taglio di carne utilizzato per realizzare questa versione di un classico milanese, ma mia nonna (quella che nella sua trattoria preparava da sola pranzi di nozze per oltre cento persone) la faceva così e c’era la fila per mangiarla.

E vi garantisco che non erano mica dei giargiana…

Quindi, tagliate a listarelle i peperoni di tre colori,  e a cubetti un paio di patate, e fateli saltare in un soffritto preparato con la cipolla . Poi metteteci ( a piacere) un paio di pomdoti e lasciateli stufare fino a quando, dopo circa venbti minuti arriverà il momento udi metterci uncucchiaio di aceto (io ho usato quello di mele) e un cucchiaio di miele (acacia per me, grazie).

Nel frattempo, infarinate le fettine di vitello, poi passatele nell’ uovo sbattuto e poi nel pane grattugiato: fatele poi friggere in una padella con olio (inutile l’extra vergine di Oliva, usatene  uno più leggero e che costa meno , per esempio quello di semi di girasole) e un po’ di burro.

Quando la panatura sarà così croccante da continuare a friggere anche una volta sul piatto, accompagnate questa cotoletta con la peperonata della nonna, e pronunciatela con la + molto aperta. Altrimenti mollatemi… 😉

 


Schermata 2014-09-07 alle 22.01.42
Schermata 2014-09-07 alle 21.57.54

 

 

 

Insalata di patate revolution

Screenshot 2014-08-29 08.54.38

Rieccoci.

Dopo la pausa estiva siamo tornati a raccontarvi le cose che cuciniamo e quelle che ci piacciono, e presto vi daremo  anche qualche infografica nuova.
Per oggi scaldiamo i forni con una ricetta veloce veloce, ispirata a uno  chef televisivo che ci piace molto: Jamie Oliver, che con la sua Food Revolution sta cercando di portare consapevolezza alimentare nelle scuole.

Da una puntata della sua trasmissione “cucinare in trenta minuti” abbiamo copiato questa ricetta davvero veloce. : insalata di patate, feta e coriandolo.

Sbucciate le patate, fatele a pezzetti piccoli, metteteli in una ciotola di vetro, quindi copritela con una pellicola per microonde: bastano venti minuti al massimo della potenza, ma controllate (facendo attenzione a non scottarvi col vapore che uscirà aprendo la pellicola,

Intanto avrete tagliato a cubetti la feta e tritato grossolanamente il coriandolo, per unirli alle patate e, se volete, una buona passata di olio extra vergine di oliva.

Ma è buona anche così…

Screenshot 2014-08-29 08.51.27